Stephansplatz, nel cuore di Vienna, è quasi interamente occupata dall’imponente cattedrale gotica di Santo Stefano. Quando arrivi nella piazza, gli occhi si sollevano nel cercare il culmine delle sue guglie dentellate. Oggi qualcosa sembra attrarre l’attenzione dei passanti. Fedeli e turisti non si affrettano verso il portale dei Giganti, l’ingresso della cattedrale. Sono più interessati ad un maiale. L’animale in questione non è il consueto cibo degli austriaci, quel wurstel con cui nutrono anche il cane poliziotto Rex. È un grande suino in resina, emblema scelto da un’associazione vegetariana per veicolare le sue idee. Nel paese dove il titolo del libro Cane mangia Cane è sostituito da Cane mangia Maiale, i vegetariani bocciano l’idea del porcello come alimento per l’uomo ed il suo amico. L’immagine del maiale a fianco della chiesa produce in me una singolare associazione. Penso al racconto di Hermann Hesse Una cattiva accoglienza, in cui dei frati si rimpinzano di prosciutto e rifiutano l’ospitalità a due pellegrini stanchi ed intirizziti (leggi qui la mia recensione del racconto).
I giardini del Belvedere collegano scenograficamente i due omonimi palazzi barocchi, l’Inferiore e il Superiore. Lungo i viali, seguendo le orme del principe Eugenio, l’antico proprietario, s’incontrano numerose statue di sfingi. Una buona occasione per riflettere sugli arcani: le mute domande poste dagli sguardi di candido marmo, i mille interrogativi a cui non c’è risposta.
Il Belvedere Superiore ospita importanti opere del Barocco austriaco. Qui sono custoditi i busti di Franz Xaver Messerschmidt, lo scultore schizofrenico ossessionato dal Demone della Proporzione. Lo studioso Friedrich Nicolai, che fa visita all’artista, racconta la genesi di queste straordinarie sculture. Messerschmidt passa notti insonni in balia di allucinazioni visive e auditive. Una masnada di diavoli si agita attorno al suo letto. Il Demone della Proporzione, invidioso della sua capacità di creare forme perfette, lo punisce infliggendogli acuti dolori addominali. Per fugare gli incubi l’artista si mette al lavoro. Davanti allo specchio preme con forza sotto la costola inferiore destra, stirando o raggrinzendo l’epidermide fino al punto di produrre smorfie, sino ad emettere delle urla. L’espressione facciale che ne deriva viene scolpita con precisione nel bronzo o nel marmo, realizzando autoritratti di mirabile fattura e suggestione.
Se l’Arte non avesse fatto irruzione nella sua esistenza, la vita di Rudolph Leopold sarebbe fluita come una corrente tranquilla, senza lampi né scosse. Di professione medico oculista a Vienna, avrebbe diviso le sue giornate tra casa e le visite ai pazienti. E oggi, all’età di 85 anni, sarebbe solo un agiato borghese in pensione. Al di fuori di famiglia e amici, nessuno lo conoscerebbe. Ma l’intelligenza, il buon gusto e il denaro possono fare miracoli. Come quelli di possedere la bellezza e di impedire che il tuo nome cada nell’oblio. Rudolph Leeopold, nei primi anni ’50 del XX° secolo, inizia a collezionare opere d’arte. Rivolge la sua attenzione ad un’area che il nazismo aveva bollato come “arte degenerata”, un settore che continuava a beneficiare di quotazioni basse. Nei decenni successivi, Leopold mette insieme migliaia di opere di maestri come Gustav Klimt, Oskar Kokoschka e Egon Schiele. Una donazione allo Stato del 72 per cento della collezione, circa 3900 opere, costituisce poi il patrimonio del Leopold Museum, che nel 2001 apre i battenti nel centro di Vienna.
Nella sua breve vita Egon Schiele trascorse 24 giorni in carcere, tra aprile e maggio del 1912. Per l’utilizzo di modelle molto giovani, unito ad un segno che spesso rappresenta un raffinato erotismo, venne accusato di rapimento e corruzione di minori. L’esito del processo, di fronte a una severa corte asburgica, fu solo parzialmente favorevole all’artista. Caddero le accuse di sequestro di minori, ma fu giudicato responsabile di offese alla morale pubblica. Nell’aula del tribunale, in un discutibile tentativo di difendere la moralità violata, un disegno erotico venne dato alle fiamme. Oggi queste opere deliziano i visitatori del Leopold Museum, che offre la più vasta collezione al mondo dei lavori di Schiele. In uno dei suoi ultimi dipinti l’artista ci mostra una donna sdraiata, col corpo nudo solo in parte coperto da un lenzuolo. Le braccia ripiegate dietro il capo e le gambe aperte restituiscono un’immagine di rilassamento dopo la tempesta delle passioni. Le vistose sgualciture del lenzuolo hanno un significato eloquente, in quel luogo due corpi si sono uniti con frenesia. Adesso tutto è ricondotto a una calma appagata, solo quel lembo di lenzuolo che si insinua tra le gambe continua a bruciare come il fuoco.
La più famosa torta di cioccolato al mondo la si mangia nella pasticceria del Sacher Hotel, a Vienna. Creata nel 1832 da un apprendista cuoco sedicenne nelle cucine del principe Metternich, la torta continua a essere prodotta con l’originale e segreta ricetta. È composta da due strati di pan di spagna, separati tra loro da un velo generoso di marmellata di albicocche. Una glassa di cioccolato fondente ricopre interamente la torta. Dirò solo questo: è nera come una notte carica di promesse.
Una cattiva accoglienza – Belvedere – Leopold Museum – Sacher Hotel




























