L’uomo che defeca libri

mercoledì 7 maggio 2014

Venezia è un luogo intriso di bellezza. Poco importa se ti muovi tra calli oblique o se siedi sul marmo lucido e serico di un gradino, trasalimento e meraviglia ti accompagnano ovunque. C’è una felice concordia negli scritti su questa città: per viverla appieno non devi porti mete precise, cammina a caso per esserne abbagliato. Diego Valeri, nella sua Guida semtimentale di Venezia, compie una riscrittura laica del Vangelo: «Beati i poveri in topografia, beati quelli che non sanno quel che fanno, ossia dove vanno, perché a loro è serbato il regno di tutte le sorprese…». Così, in fondo a una calle ignota, guardo le case capovolte nell’acqua immobile del canale. Più in là, dove il rio si restringe tra due edifici, un albero maestoso ombreggia un ponticello ad arco. Le case circostanti alzano al cielo muri rossi e color sabbia, dietro alle finestre chiuse si celano stanze fresche e colme di pace.

un canale a Venezia

In fondo a una calle ignota (photo by M.Nigra)

Coi piedi saldamente piantati sul selciato delle Fondamente Nove osservo l’instabile superficie dell’acqua increspata dal vento. Qui non avverti l’odore di marcio che, nelle giornate calde, esala dall’acqua ferma dei canali interni, quel miasma ricordato anche da Thomas Mann e Guy de Maupassant. Di fronte a me, illuminata dal sole radente, si staglia l’isola di San Michele, il cimitero di Venezia. Una nuvola oblunga la sovrasta interamente, ma senza oscurarla. Il luogo delle ombre, in realtà, sfavilla nella luce limpida del tramonto. Guardo l’isola ancora una volta per conservarne l’immagine. Come in un sogno la vedo sospinta nottetempo al largo da correnti profonde, senza più poterla scorgere.

Isola di S. Michele

Isola di San Michele (photo by M. Nigra)

Per comprendere il significato di campi e campielli, è sufficiente sfogliare un libro di storia veneziana. Anticamente le piazze erano campi erbosi in cui crescevano alberi e pascolavano cavalli. In Campo S. Stefano, uno dei più vasti della città, i bambini giocano nell’aria primaverile. Un tempo si rotolavano nell’erba sfiorando pericolosamente le zampe di cavalli e muli, oggi corrono in monopattino sul selciato col rischio di travolgere i passanti. Al centro del campo, su un alto piedistallo, s’innalza la statua di Niccolò Tommaseo. Il letterato, col viso incorniciato da una folta barba che gli ricade sul petto, guarda severamente i tetti circostanti. Una pila di libri, in parte sgualciti, s’ammonticchia alle spalle della figura marmorea. I volumi fuoriescono dal bordo inferiore di un lungo pastrano come preziosi, nobili escrementi. Tiziano Scarpa, in Venezia è un pesce, c’informa che Niccolò Tommaseo viene soprannominato il Cagalibri. Tale appellativo, a mio avviso, descrive con spirito rabelesiano le conseguenze fisiologiche di un vasto sapere: chi legge e scrive a dismisura non può trattenere a lungo un simile materiale, deve espellerne almeno una parte sotto forma di feci letterarie, pagine spiegazzate maleodoranti, volumi non più freschi di stampa.

Niccolò Tommaseo

Niccolò Tommaseo, il Cagalibri (photo by M. Nigra)

 

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Ho servito il piacere

giovedì 30 gennaio 2014

Secondo una credenza, ciò che si fa a inizio anno è destinato a perdurare. Di conseguenza, il primo giorno bisogna compiere gesti dall’indubbio valore. Se l’oscurità notturna ha reso inenarrabile quanto avvenuto nel talamo, nella fredda e tersa aria del mattino ho camminato a lungo tra gli alberi, seguendo il corso del fiume. Una strada in salita mi ha poi condotto in alto, sulle colline. Nel viaggio a piedi percepisci bene la solidità della Terra, t’immergi nella sua bellezza. In casa ho indossato le cuffie e, a occhi chiusi, ho permesso alla musica di fluire liberamente nella testa. Più tardi ho gustato cibi e vini sopraffini mentre, come di consueto, si discuteva di tavole imbandite. Infine mi sono tuffato nella lettura di Ho servito il re d’Inghilterra, di Bohumil Hrabal. La parafrasi natatoria calza bene a pagine in cui, trasognati, ci s’immerge uscendone gocciolanti di gioia e stupore.

Copertina di "Ho servito il re d'Inghilterra"

È la prima volta che m’accosto all’opera di Hrabal, quindi non posso dire se questo romanzo è il suo capolavoro. Tuttavia, fuor da ogni dubbio, trattasi di un capolavoro, uno di quei libri che ti lasciano a bocca aperta per la meraviglia. La scrittura si trasforma in voce, la voce di un piccolo cameriere nella favolosa Praga degli anni ’30. Ogni capitolo narra una stagione della sua vita, dall’ascesa al rango di proprietario d’albergo fino al magistrale capitolo finale, in cui assistiamo alla sua caduta. In una baita isolata tra i monti, in compagnia di un cavallo, una capra, un cane pastore e una gatta deve occuparsi della manutenzione di una strada da cui non passa nessuno. I raggi lunari sono così splendenti da «spaccare i vetri», mentre il protagonista pensa alla sua morte. Col fosforo ottenuto dalla decomposizione qualcuno accenderà degli zolfanelli, uno sprazzo di luce nella notte. Ciò che resta del corpo discenderà la collina sospinto dall’acqua, una parte diretto verso il Mar Caspio, l’altra verso il Mar Nero.

“la scrittura si trasforma in voce, la voce di un piccolo cameriere nella favolosa Praga degli anni ’30”

«Fate attenzione a quello che ora vi racconto», e le parole fluiscono inarrestabili, creano immagini che deflagrano luminose come fuochi artificiali. Memorabile il pranzo in onore dell’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié, in occasione di una visita ufficiale dello stesso a Praga. I suoi cuochi neri, nel cortile del ristorante, arrostiscono allo spiedo un cammello ripieno di antilope, a sua volta ripiena di tacchini, a loro volta ripieni di uova sode. È il trionfo della gastronomia iperbolica, aromi esotici da Mille e una notte ti impregnano le narici, senti gli schiamazzi dei commensali ubriachi nel Satyricon.

“le parole fluiscono inarrestabili, creano immagini che deflagrano luminose come fuochi artificiali”

Il piccolo cameriere, grazie alle generose mance che riceve, frequenta i bordelli cittadini. Qui racconta che i corpi, madidi di sudore, s’incollano tra loro come quelli di due lumache fuori dal guscio, intrise della loro bava. Qui intreccia ghirlande di fiori attorno al sesso femminile, un omaggio estatico alla fonte del piacere. Qui, alla fine dell’amplesso, dice di stare bene «come un legume nel suo baccello».

Una scena dal film omonimo di Jirí Menzel, 2006

Una scena dal film omonimo di Jirí Menzel, 2006

I capitoli più folli e drammatici della Storia del ‘900, dal nazismo allo stalinismo, attraversano la vita del protagonista senza soffocarlo. Jan Dite, il piccolo biondino ceco dalle lontane ascendenze teutoniche, deve sottoporsi a esami medici per accertare la sua idoneità al matrimonio con una crocerossina tedesca. L’analisi dello sperma ha esito positivo, ma questa certificazione di purezza si rivelerà poi una pietra tombale calata sul mito della razza ariana. Il figlo nato da questa coppia esemplare di ragazzi biondi dagli occhi azzurri non è destinato a conquistare il mondo, è un ritardato mentale. Privo di capacità intellettive, lo sguardo vacuo, non fa altro che piantare chiodi nelle assi in legno del pavimento. Così, nel braccio che impugna il martello, nella ripetizione ossessiva del chiodo conficcato, si sbriciola il mito della razza ariana.

Locandina del film omonimo, 2006

Locandina del film omonimo, 2006

Potrei sbirciare a lungo in queste pagine stupefacenti, ma è meglio fermarsi con le parole del protagonista: «Vi basta? Con questo per oggi termino».

In bell’ordine

giovedì 19 dicembre 2013
Un prato con i bagnanti distesi

Ursus Wehrli – The Art of Clean Up, 2013

Ursus Wehrli realizza opere in cui prevale un ordine minuzioso. In una prima serie di lavori l’artista e cabarettista svizzero ha fatto pulizia nel caos dell’arte moderna, ricostruendo con ironia alcuni noti dipinti. Lo stesso humour surreale è presente in The Art of Clean Up, un progetto del 2013 in cui l’attenzione si sposta sugli scenari della vita quotidiana. Nel corso di un’intervista rilasciata al New York Times, gli è stata chiesta un’opinione sullo stereotipo che attribuisce al popolo svizzero un’innata precisione e senso dell’ordine: «Viviamo in un piccolo paese, in gran parte attraversato da catene montuose. Dobbiamo continuamente trovare modi per valicare queste montagne. Fin da subito, si capisce che è necessario relazionarsi coi nostri simili, bisogna darsi delle regole». In altre parole, ridisegnare l’ambiente a misura d’uomo significa costruire un’ordinatà armonia nella natura impervia: il sentiero che risale il pendio, osservato dal lato opposto della valle, è un disegno geometrico di linee rette interrotte, alle estremità, dalla curva a 180° dei tornanti. Nel salotto dell’appartamento di Ursus Wehrli, in una ex centrale idroelettrica a Zurigo, l’orologio a cucù muggisce allo scoccare dell’ora. Dalla finestra in legno della casetta non esce un uccellino cinguettante, ma una mucca.

macedonia di frutta

Ursus Wehrli – The Art of Clean Up, 2013

Guardando una serie di fotografie in bianco e nero scattate da Mario Giacomelli, ne scelgo una emblematica del suo lavoro. I solchi arati dei campi, linee parallele che discendono la collina simili a onde, sono il principale elemento compositivo dell’immagine. Qui l’artista marchigiano, nell’ingrandire e stampare solo una parte del negativo, spoglia il paesaggio dagli elementi superflui e lo riconduce a un’essenzialità raffinata. Il pendio collinare, attorniato dal nero profondo dell’oscurità, emerge alla luce con una nitidezza calligrafica. I solchi incisi dall’aratro paiono linee tracciate col pennino su un foglio di carta. Entriamo così in un mondo di linee pure, dove l’ordine è sinonimo di bellezza.

una collina arata

Mario Giacomelli – Paesaggio, 1963

A proposito di estetica dell’ordine
I libri sono allineati in ordine alfabetico, un filo d’Arianna per attraversare i labirinti del sapere.
I dipinti vengono esposti fianco a fianco, in una sequenza ordinata di  finestre affacciate su altri mondi.
La simmetria dei filari di cipressi è quella d’inamovibili guardiani a protezione del casale.
Le lapidi sono erette lungo viali in cui l’ordine amplifica il silenzio.

viale di cipressi in Val d'Orcia

Val d’Orcia, Toscana

Lo spettacolo di una notte stellata rivela la meraviglia del caos, ma che pensare di una casa sottosopra? In Chiedi alla polvere, un romanzo di John Fante, c’è la descrizione di un ambiente nella Los Angeles degli anni Trenta: «La sua camera era in uno stato indescrivibile. Rotocalchi buttati per terra, il letto con le lenzuola grige di sporco, i vestiti sparpagliati dappertutto mentre i ganci per abiti, alla parete, spiccavano come denti rotti in un teschio. Le sedie erano ingombre di piatti, il davanzale era cosparso di mozziconi…». Senza scendere in questi abissi di degrado, alcuni pensano che una casa in studiato disordine dia loro una patente di anticonformismo. Ogni opinione ha diritto di cittadinanza, ma vivere in un luogo privo di bellezza non è desiderabile. Un modo elegante per riaprire gli occhi è quello di osservare un quadro di Mondrian con la dovuta attenzione.

quadro di mondrian

Piet Mondrian – Composizione con Reticolo IX, 1919

Sotto l’ombra del platano

martedì 21 maggio 2013

volto alla maniera di Arcimboldo

Il giorno in cui decisi di bandire la carne dalla mia tavola, sapevo di non compiere una scelta isolata. Avevo amici con cui condividerla, ed ero conscio trattarsi di una scelta che attraversa in egual misura il tempo e lo spazio. Non la si può definire una regola alimentare di massa ma, anche per questo, risultò più attraente.

Da libri che via via andavo leggendo emergevano, a tratti, storie e testimonianze esemplari. Un materiale composito, dal quale ho tratto la convinzione di essere davvero in buona compagnia. Due giorni fa un mio amico ha reso questa convinzione ancora più solida, dandole la consistenza marmorea di una statua incurante di pioggia e vento.

Nel suo sito Ecoturismo Report , Marco Moretti ha raccolto i pensieri fulminei e le citazioni di scrittori, filosofi, drammaturghi e scienziati vegetariani. La lettura di questa pagina è consigliabile e illuminante. Eccone l’indirizzo:

http://www.ecoturismoreport.it/it/00012/165/aforismi-vegetariani.html

Dipinto di Arcimboldo

Dopo aver udito tutte quelle voci profetiche e tragiche, giocose e terribili, ho messo sulla carta le parole che mi frullano per la testa:

Sotto la vasta ombra del platano,
questo Grande Essere che punta al cielo,
il verde frusciante mi accarezza la pelle.

Abilmente mimetizzato nel sottobosco,
il corpo illuminato di verde e oro,
sputo sul volto del macellaio semi aguzzi di cocomero,
gli spappolo addosso putrescenti banane fradice.

Nell’ombra tonificante,
nell’immensa frescura,
scorro un rosario di piselli
in presenza di MadreTerra.

Linguaggi del corpo

mercoledì 19 agosto 2009

Stephansplatz, nel cuore di Vienna, è quasi interamente occupata dall’imponente cattedrale gotica di Santo Stefano. Quando arrivi nella piazza, gli occhi si sollevano nel cercare il culmine delle sue guglie dentellate. Oggi qualcosa sembra attrarre l’attenzione dei passanti. Fedeli e turisti non si affrettano verso il portale dei Giganti, l’ingresso della cattedrale. Sono più interessati ad un maiale. L’animale in questione non è il consueto cibo degli austriaci, quel wurstel con cui nutrono anche il cane poliziotto Rex. È un grande suino in resina, emblema scelto da un’associazione vegetariana per veicolare le sue idee. Nel paese dove il titolo del libro Cane mangia Cane è sostituito da Cane mangia Maiale, i vegetariani bocciano l’idea del porcello come alimento per l’uomo ed il suo amico. L’immagine del maiale a fianco della chiesa produce in me una singolare associazione. Penso al racconto di Hermann Hesse Una cattiva accoglienza, in cui dei frati si rimpinzano di prosciutto e rifiutano l’ospitalità a due pellegrini stanchi ed intirizziti (leggi qui la mia recensione del racconto).

Presidio vegetariano a Stephansplatz, Vienna (photo by M.Nigra)

I giardini del Belvedere collegano scenograficamente i due omonimi palazzi barocchi, l’Inferiore e il Superiore. Lungo i viali, seguendo le orme del principe Eugenio, l’antico proprietario, s’incontrano numerose statue di sfingi. Una buona occasione per riflettere sugli arcani: le mute domande poste dagli sguardi di candido marmo, i mille interrogativi a cui non c’è risposta.

Sfinge nei giardini del Belvedere, Vienna (photo by M.Nigra)

Il Belvedere Superiore ospita importanti opere del Barocco austriaco. Qui sono custoditi i busti di Franz Xaver Messerschmidt, lo scultore schizofrenico ossessionato dal Demone della Proporzione. Lo studioso Friedrich Nicolai, che fa visita all’artista, racconta la genesi di queste straordinarie sculture. Messerschmidt passa notti insonni in balia di allucinazioni visive e auditive. Una masnada di diavoli si agita attorno al suo letto. Il Demone della Proporzione, invidioso della sua capacità di creare forme perfette, lo punisce infliggendogli acuti dolori addominali. Per fugare gli incubi l’artista si mette al lavoro. Davanti allo specchio preme con forza sotto la costola inferiore destra, stirando o raggrinzendo l’epidermide fino al punto di produrre smorfie, sino ad emettere delle urla. L’espressione facciale che ne deriva viene scolpita con precisione nel bronzo o nel marmo, realizzando autoritratti di mirabile fattura e suggestione.

Franz Xaver Messerschmidt - Il beccuto, 1770 - Belvedere, Vienna

Se l’Arte non avesse fatto irruzione nella sua esistenza, la vita di Rudolph Leopold sarebbe fluita come una corrente tranquilla, senza lampi né scosse. Di professione medico oculista a Vienna, avrebbe diviso le sue giornate tra casa e le visite ai pazienti. E oggi, all’età di 85 anni, sarebbe solo un agiato borghese in pensione. Al di fuori di famiglia e amici, nessuno lo conoscerebbe. Ma l’intelligenza, il buon gusto e il denaro possono fare miracoli. Come quelli di possedere la bellezza e di impedire che il tuo nome cada nell’oblio. Rudolph Leeopold, nei primi anni ’50 del XX° secolo, inizia a collezionare opere d’arte. Rivolge la sua attenzione ad un’area che il nazismo aveva bollato come “arte degenerata”, un settore che continuava a beneficiare di quotazioni basse. Nei decenni successivi, Leopold mette insieme migliaia di opere di maestri come Gustav Klimt, Oskar Kokoschka e Egon Schiele. Una donazione allo Stato del 72 per cento della collezione, circa 3900 opere, costituisce poi il patrimonio del Leopold Museum, che nel 2001 apre i battenti nel centro di Vienna.

Leopold Museum, Vienna (Photo by M.Nigra)

Nella sua breve vita Egon Schiele trascorse 24 giorni in carcere, tra aprile e maggio del 1912. Per l’utilizzo di modelle molto giovani, unito ad un segno che spesso rappresenta un raffinato erotismo, venne accusato di rapimento e corruzione di minori. L’esito del processo, di fronte a una severa corte asburgica, fu solo parzialmente favorevole all’artista. Caddero le accuse di sequestro di minori, ma fu giudicato responsabile di offese alla morale pubblica. Nell’aula del tribunale, in un discutibile tentativo di difendere la moralità violata, un disegno erotico venne dato alle fiamme. Oggi queste opere deliziano i visitatori del Leopold Museum, che offre la più vasta collezione al mondo dei lavori di Schiele. In uno dei suoi ultimi dipinti l’artista ci mostra una donna sdraiata, col corpo nudo solo in parte coperto da un lenzuolo. Le braccia ripiegate dietro il capo e le gambe aperte restituiscono un’immagine di rilassamento dopo la tempesta delle passioni. Le vistose sgualciture del lenzuolo hanno un significato eloquente, in quel luogo due corpi si sono uniti con frenesia. Adesso tutto è ricondotto a una calma appagata, solo quel lembo di lenzuolo che si insinua tra le gambe continua a bruciare come il fuoco.

Egon Schiele, 1917 - Leopold Museum, Vienna (photo by M.Nigra)

La più famosa torta di cioccolato al mondo la si mangia nella pasticceria del Sacher Hotel, a Vienna. Creata nel 1832 da un apprendista cuoco sedicenne nelle cucine del principe Metternich, la torta continua a essere prodotta con l’originale e segreta ricetta. È composta da due strati di pan di spagna, separati tra loro da un velo generoso di marmellata di albicocche. Una glassa di cioccolato fondente ricopre interamente la torta. Dirò solo questo: è nera come una notte carica di promesse.

Original Sacher Torte, Sacher Hotel, Vienna (photo by M.Nigra)

Una cattiva accoglienzaBelvedereLeopold MuseumSacher Hotel

Un brindisi alla chiusura dei mattatoi

sabato 18 ottobre 2008

Traffico su Ninth Avenue (Photo by M.Nigra)

Traffico su Ninth Avenue (Photo by M.Nigra)

Nelle strade di Manhattan, sopratutto a sud della Cinquantanovesima, il flusso di auto è continuo nelle ore di punta. Molti sono i veicoli privati e moltissimi i taxi, vistose macchie gialle sull’asfalto. I mezzi pesanti possono circolare liberamente, così se ti fermi a guardare il flusso incessante vedi presto emergere dalla calca le grandi sagome delle autocisterne. Alcune trasportano carburanti, hanno serbatoi metallici lucidati a specchio che brillano sotto il sole. Altre si fanno annunciare da sirene fragorose, sono dipinte in rosso fuoco e portano acqua. Sono i mezzi dei pompieri di New York, quelli che dopo l’11 settembre 2001 la gente chiama the bravest, i più coraggiosi.

I pompieri al lavoro lungo Broadway (Photo by M.Nigra)

I pompieri al lavoro lungo Broadway (Photo by M.Nigra)

I marciapiedi sono un’altra fonte di spettacolo. Manhattan è abitata da pedoni convinti e irriducibili. La gente cammina a passo sostenuto mentre va al lavoro o torna a casa, ma anche la domenica il ritmo non cambia. Ovunque vedi joggers in tuta che fendono la folla: sono andati a correre in un parco e adesso tornano a casa, sempre di corsa. Un bambino col casco in testa pedala su una minuscola bicicletta, suo padre in pantaloncini e scarpe da ginnastica gli corre accanto. Entrambi si dirigono verso le distese verdi di Central Park. Ai semafori molti pedoni non aspettano il verde per attraversare, incuranti dei clacson di protesta. Così si cammina a Manhattan, un isolato dopo l’altro senza farsi fermare da niente perché, com’è giusto in una società civile, i pedoni sono più importanti delle automobili. Una maggior prudenza nell’attraversare la strada è consigliabile solo a chi, come me, ha ridotte capacità visive.

Si può dire senza tema di smentite che Manhattan è un luogo dove gli abitanti sono incoraggiati a vestire i panni del pedone. Mi spiego meglio: se cammini per le strade di Mumbai, la megalopoli indiana meglio nota come Bombay, devi prestare grande attenzione a mezzi di ogni sorta che minacciano la tua integrità fisica. Lo specchietto laterale di una decrepita Lambretta potrebbe spezzarti un braccio, mentre la pesante ruota in legno di un carro trainato da una coppia di buoi è in grado di ridurti in poltiglia un piede. A New York non corri questi pericoli. Solo a Parigi sugli Champs-Élysées ho visto marciapiedi paragonabili per ampiezza a quelli di Manhattan: qui il pedone è completamente al riparo dalle insidie della strada. Chi cammina lungo queste larghe autostrade pedonali può fare una pausa riflessiva sedendosi per terra a meditare. Oggi sulla Quarantaduesima ho visto un gruppo di otto persone sedute a gambe incrociate sul marciapiede, immobili ed incuranti del traffico che scorreva davanti ai loro occhi. Sembravano statue, nessun muscolo si muoveva sotto le giacche a vento, i cappucci sollevati ne celavano l’identità.

In meditazione sulla Quarantaduesima (Photo by M.Nigra)

In meditazione sulla Quarantaduesima (Photo by M.Nigra)

Percorrendo Ninth Avenue verso sud si entra nel Meatpacking District, un quartiere postindustriale tra il Greenwich Village e il fiume Hudson. Quando, nel 1884, la municipalità di New York diede a questa zona il nome di Gansevoort Market, compì un atto casualmente ironico. Nessuno come il Generale Peter Gansevoort, eroe della Guerra d’Indipendenza Americana, aveva le carte in regola per rappresentare un quartiere dove l’attività principale era la trasformazione, l’inscatolamento e il commercio della carne. Il motivo è presto detto: il Generale Gansevoort, come ogni comandante che torna a casa vincitore, ricevette fama ed onori grazie ai suoi soldati, la carne da cannone che morì per ricoprirgli il petto di medaglie.

Ninth Avenue dal Plunge Rooftop Bar (Photo by M.Nigra)

Ninth Avenue dal Plunge Rooftop Bar (Photo by M.Nigra)

Agli inizi del 1930 nel quartiere si contano 250 mattatoi e impianti di trasformazione della carne. Più tardi, nel corso degli anni ottanta, il Meatpacking District continua a tenere fede al suo nome: l’offerta di carne si amplia, oltre al pollame, ai bovini e suini il commercio si estende alla carne umana. Sui marciapiedi davanti ai magazzini industriali, lungo le banchine sull’Hudson ingombre di gru e carrucole si consuma ogni notte l’andirivieni dei transessuali e dei loro clienti.

Vista dal Plunge Rooftop Bar (Photo by M.Nigra)

Vista dal Plunge Rooftop Bar (Photo by M.Nigra)

La svolta arriva negli anni novanta. I mattatoi e le altre attività industriali legate all’impacchettamento e alla trasformazione della carne cominciano a chiudere una dopo l’altra. Travestiti e spacciatori di droga vengono convinti dalla polizia ad abbandonare le strade del quartiere. Nei luoghi dove un tempo carcasse sanguinanti venivano appese ai ganci si aprono atelier di moda, gallerie d’arte e ristoranti.

Vista dal Plunge Rooftop Bar (Photo by M.Nigra)

Vista dal Plunge Rooftop Bar (Photo by M.Nigra)

Nel 2004 apre l’Hotel Gansevoort (18 Ninth Avenue angolo W 13 th Street), un edificio di quattordici piani nel cuore del Meatpacking District. Non mi sognerei mai di prenotare una camera in questo hotel di lusso, dove una doppia costa tra 400 e 850 $ a notte, ciò che mi ha attirato qui è il Plunge Rooftop Bar & Loft , un bar con piscina sul tetto dell’albergo. Dall’imponente hall salgo in ascensore al quattordicesimo piano ed esco sulla terrazza. Il panorama è la principale attrazione del posto, ma non va dimenticata la piscina con musica diffusa sott’acqua. Ordino una flute di Kriter Brut, uno spumante da sole uve bianche prodotto in Francia nel Languedoc-Roussillon. Prima di berlo ammiro la corsa verso l’alto delle bollicine nel liquido oro pallido, poi sollevo il calice in un brindisi alla scomparsa dei mattatoi dal Meatpacking District. Alle mie spalle, da un punto imprecisato sul fiume Hudson, sento la sirena di un battello che approva il mio gesto.

Un brindisi alla chiusura dei mattatoi

Un brindisi alla chiusura dei mattatoi

Toro Seduto, se ci sei batti un colpo

mercoledì 15 ottobre 2008
La mummia sulla E 80th Street

La mummia sulla E 80th Street (Photo by M.Nigra)

L’Upper East Side è un quartiere che occupa la parte orientale di Manhattan, tra il Central Park e l’East River. Al decimo piano di un condominio nell’E 80th Street c’è l’alloggio dove ho affittato una camera per due settimane. Questa mattina, vicino all’angolo con la Fifth Avenue, ho incontrato una mummia. Avvolta in bende grigiastre, fissa i passanti con occhi vuoti. Dietro il vetro di una finestra un teschio spalanca la bocca in un sogghigno osceno. Uno zerbino informa puntiglioso che questo è il numero civico 7 di E 80th Street, mentre al di sopra dondola una testa mozzata. Per completare il quadro, uno scheletro pende da una porta rossa. Non è il set di un film dell’orrore, sono i fantasiosi allestimenti per la festa di Halloween, la notte delle zucche illuminate. Un bell’esempio di humour nero.

7 E 80th Street, Upper East Side, New York

7 E 80th Street, Upper East Side, New York (Photo by M.Nigra)

Quando arrivi nella Fifth Avenue, la grande arteria che divide a metà Manhattan, non c’è traccia dei negozi di lusso che l’hanno resa famosa nel mondo. Per trovarli bisogna attraversare ventuno isolati, camminando lungo il lato orientale di Central Park fino al suo termine. So bene che un abito di Versace o una borsetta di Gucci possono essere letti come un’opera d’arte visiva, però non hanno la ricchezza simbolica di una scultura, non stimolano l’immaginazione come fa un dipinto o una fotografia. Così preferisco soffermarmi davanti a una scultura collocata nel Doris C. Freedman Plaza, un’area alla fine di Central Park. Our Starry Night è un’installazione in alluminio punteggiata da millenovecento Led luminosi. Un’apertura permette il passaggio attraverso l’opera. Quando una persona varca la porta, un metal detector all’interno della struttura entra in funzione ed accende un certo numero di Led in base alla quantità di oggetti metallici che ciascuno porta con sé. I Led si attivano nel momento del passaggio e il disegno luminoso sulla superficie è visibile solo agli osservatori esterni. James Yamada, a cui il Public Art Fund ha commissionato l’opera, vuole farci riflettere sulla proliferazione e l’invasività dei sistemi di sorveglianza e controllo, che sempre più rappresentano una minaccia per la privacy individuale. Un’altra chiave di lettura, secondo me, è considerare il lavoro di Yamada come una macchina che mostra ai passanti una sequenza infinita di disegni luminosi sempre diversi. Ognuno di essi, come suggerisce il titolo dell’opera, è la Nostra Notte Stellata.

James Yamada - Our Starry Night, 2008

James Yamada - Our Starry Night, 2008 (Photo by M.Nigra)

Lungo la Fifth Avenue vedi subito chi non è del posto. I turisti si fanno riconoscere perché spesso guardano all’insù, irresistibilmente attratti dai grattacieli. È un’attrazione emotiva, che prescinde dalla conoscenza dei  canoni architettonici. Lo stile dell’edificio, i materiali impiegati per la sua costruzione, il nome dell’architetto che l’ha progettato sono dati da ricercare in un momento successivo a quello dello sguardo. Trovarsi alla base di un grattacielo non è come vederlo in fotografia. Le sensazioni che ti colgono sono di forte intensità, simili per certi aspetti a quelle suscitate da una montagna. Un misto di ebbrezza, vertigine, ammirazione, rispetto e timore. Tutto questo ho provato quando ho visto il GE Building (30 Rockefeller Plaza,  tra W 49th e W 50th), un grattacielo alto 256 metri. La torre immane sembra toccare il cielo sopra il Rockefeller Center.

GE Building, 1933 - New York

GE Building, 1933 - New York (Photo by M.Nigra)

Ad oltre settant’anni dalla sua costruzione, il GE Building è sempre inserito nella lista dei 100 edifici più alti al mondo. Alla sua base, alcuni pattinatori cercano di emularne l’eleganza scivolando leggeri sul ghiaccio. Un’altra sfida alla forza di gravità.

I pattinatori di Rockefeller Plaza

I pattinatori di Rockefeller Plaza (Photo by M.Nigra)

Nel punto in cui Broadway attraversa diagonalmente  Fifth Avenue c’è Madison Square Park. Un bel posto per riposarsi su una panchina, ma nulla di più. L’elemento di rilievo nel paesaggio circostante è un edificio triangolare, che come una lama di coltello separa Broadway e Fifth Avenue. Rispetto ai giganti nei dintorni non è molto alto, appena ventidue piani, ma gode di una posizione invidiabile. Isolato, dalla sagoma snella e inconfondibile, domina un crocevia nevralgico. Con la stessa nettezza di un coltello nel burro separa due mondi, le luci ammiccanti dei teatri dalle grandi vetrine delle multinazionali del lusso. È il Flatiron Building (175 Fifth Avenue), il più antico grattacielo di New York. Il nome evoca l’immagine del ferro da stiro, ma non faccio fatica a vederlo come la prora di un transatlantico che solca i flutti di cemento.

Flatiron Building, 1902 - New York

Flatiron Building, 1902 - New York (Photo by M.Nigra)

I negozi dei grandi stilisti sono alle mie spalle. Fifth Avenue attraversa il piccolo Flatiron District poi si dissolve tra gli alberi di Washington Square Park, nel cuore di Greenwich Village. Qui respiri un’aria diversa, le risposte a molte domande soffiano nel vento del cambiamento e della ribellione. Ogni angolo di strada restituisce le voci di Bob Dylan e Joan Baez, sui marciapiedi del Village scorrono per sempre le parole di Allen Ginsberg e William Burroughs. Ma quell’età dell’oro ha lasciato un’eredità di luci e ombre. Una di queste ultime si annida all’interno di East West (78 Fifth Avenue all’angolo con 14th Street), un centro New Age dove la spiritualità si vende sugli scaffali. Intendiamoci, se cercate un libro su una tecnica meditativa o volete frequentare un corso di yoga questo è uno dei posti migliori di New York, ma se leggete il loro calendario dei seminari vi si rizzano i capelli in testa. Una perla fra tante è il workshop del 18 ottobre, dove con una modesta somma di 20 $ i partecipanti potranno ricevere preziosi consigli su come affrontare la crisi che ha affondato Wall Street e i mercati di tutto il mondo. L’incontro è condotto da Sha `La Lightwolf (Lupo Leggero), una nativa americana che “possiede il dono della seconda vista”. Autrice dell’autobiografia Led by Spirit (Guidata dallo Spirito), Lupo Leggero dice che ha contatti diretti con molte entità, tra cui Gesù, Maria, Geronimo e Toro Seduto. Nel corso dell’evento, “uno o più di questi spiriti potrà manifestarsi e rispondere alle domande poste dai partecipanti”. Mi chiedo: come reagirebbe il grande capo Toro Seduto se tra i presenti vi fosse un discendente del Generale Custer? Esco dal negozio trattenendo a fatica le risate.

Copertina di Led by Spirit, di Sha La Lightwolf

Copertina di Led by Spirit, di Sha La Lightwolf

Per celebrare le gioie di questo mondo vado in un posto dove trionfa la materia. Food Depot (138 Fifth Avenue, tra 18th e 19th St., tel. 212-6270361) è un tipico Deli di New York. Il nome Deli è il diminutivo di Delicatessen che, in America, indica un locale self-service dove è possibile consumare specialità di molte cucine del mondo. Qui la scelta è vasta: salad bar, gastronomia, sushi bar e mongolian barbecue, una grande piastra circolare dove i cuochi grigliano gli alimenti scelti dal cliente. Incuriosito da un menù di undici pagine, faccio un rapido calcolo sul numero dei panini offerti: sono 104, senza contare le possibili varianti. Dalla sezione Vegetarian Gourmet Sandwiches ordino il n° 3: salsa di fagioli neri, peperone arrostito, un hamburger vegetariano  e insalata verde mista dentro una pita. Preparato sul momento e servito caldo, questo panino non coinvolge solo il gusto. Mentre lo afferri cercando di venire a patti con le sue dimensioni, piccoli fagioli neri ti colano sul mento e una foglia di lattuga ti rinfresca la palma della mano.

Il Re dei fritti

lunedì 29 settembre 2008
Porte Palatine

Porte Palatine

Le Porte Palatine sono una delle icone di Torino. In epoca romana erano note come la Porta Principalis, il varco nelle mura dove si entrava in Augusta Taurinorum. Chi volesse saperne di più sulle vicende storiche legate a questo edificio si rivolga all’Ufficio del Turismo, io preferisco fare una digressione nella fantasia. Vi avverto: ciò che sto per raccontare non poggia su fondamenti storici. Non ha alcuna attinenza con la realtà, a volte noiosa, dei documenti scientificamente attendibili. Una leggenda narra che Ponzio Pilato, quando cadde in disgrazia e venne esiliato in Gallia, fu tenuto prigioniero per qualche tempo all’interno delle Porte Palatine prima di essere condotto Oltralpe. È una storia partorita forse da menti cattoliche, desiderose di rivalsa nei confronti di uno dei responsabili della morte di Gesù, ma anche un laico può trarre soddisfazione dall’immagine di Pilato in catene. Il gesto di lavarsi le mani è da sempre un civile atto a tutela della salute e del benessere psicofisico, ma Pilato lo carica di un significato negativo. Da quel momento il gesto benefico del pulirsi indica anche una mancata assunzione di responsabilità o, peggio ancora, la complicità in un crimine. Allora è giusto punire Pilato, infliggergli una pena immaginaria per lesa civiltà.

Il piercing in Via Palazzo di Città 19
Il piercing in Via Palazzo di Città 19

A breve distanza dalle Porte Palatine c’è la Piazza Corpus Domini dove, all’angolo con Via Palazzo di Città 19, si può osservare un edificio che smentisce l’immagine ormai logora di una Torino austera e paludata. Il Gruppo Cliostraat, un collettivo di architetti a cui si è unito l’artista e docente universitario Corrado Levi, ha realizzato un intervento creativo sull’elegante palazzo settecentesco. In alto, lo spigolo del palazzo è attraversato da un cerchio d’acciaio con una sfera in posizione centrale. Un gigantesco piercing, che costringe l’osservatore a guardare allo spigolo come a un grande, smisurato orecchio. Da un lato, nel punto dove il cerchio sembra perforare la pietra, alcune gocce di coloree blu colano verso il basso. Blu come il sangue dei gentiluomini che abitavano qui nel XVIII° secolo.

Giardino del Re
Giardino del Re

Se proseguite sotto i portici di Via Palazzo di Città, un breve tragitto punteggiato di caffè e bei negozi, sbucate subito nella Piazza Palazzo di Città, l’antica Piazza delle Erbe. Qui, a due passi dal Municipio, c’è un locale unico nel suo genere. Si chiama Re Calamaro ( Piazza Palazzo di Città 6c) e la sua originalità risiede nel fatto che i piatti sono cucinati unicamente col metodo della frittura. È un piccolo spazio dove è possibile, seduti su delle panche, mangiare i cibi serviti in colorati cartocci, oppure portarseli via. Meglio non fare troppa strada con questi piatti cucinati sul momento: riscaldarli nel forno di casa potrebbe comprometterne la fragranza, mutarne il sapore. La carta elenca sette piatti, ma un vegetariano può ordinarne solo tre. Gli altri quattro piatti, in sintonia col nome del locale, sono di pesce. Mi sono limitato ad assaggiare due delle tre proposte vegetariane, perché una di queste sono banali patatine fritte. Il Giardino del Re è un tempura di verdure: cavolini, zucchine, broccoli, peperoni e patate avvolti in una densa pastella e fritti ad alta temperatura. A differenza del tempura giapponese, in cui la pastella è disomogenea con presenza di bolle e rigonfiamenti, l’italianissima proposta di Re Calamaro è un fritto misto di verdure con una pastella liscia e croccante. La superficie esterna è così compatta che il sale non la penetra, i cristalli bianchi di salgemma brillano ben visibili sulle verdure. Le Nuvole Marine sono delle frittelle di pasta cresciuta: la materia prima è pasta per pizza lievitata e fritta in abbondante olio. Ne risultano dei grossi ovali dorati, la cui superficie croccante contrasta con la soffice e chiara mollica interna.

Nuvole Marine
Nuvole Marine

Il premio

domenica 24 agosto 2008

St. Moritz è un luogo esclusivo, nel senso letterale del termine. Il conto del ristorante che si somma implacabile alla fattura alberghiera innescano un meccanismo esoso che, se non puoi sopportarne l’onere, ti esclude senza troppi complimenti. Una limitazione irritante, difficile da accettare per chi vuole godersi questa magnifica località montana senza azzerare il proprio conto corrente. Per fortuna esistono almeno un paio di soluzioni idonee ad aggirare l’ostacolo. La prima è rappresentata dall’Ostello per la Gioventù, una struttura aderente al circuito Hostelling International. Ubicato a St. Moritz Bad, vicino al lago, è un edificio moderno e meno attraente dei vicini alberghi a 5 stelle, ma la differenza di prezzo con questi ultimi è abissale. Come in molti ostelli svizzeri, anche qui la tariffa giornaliera include la colazione a buffet ed una cena di quattro portate. Una rassicurazione è d’obbligo per chi non avesse mai soggiornato in un ostello: accanto alle sistemazioni condivise con altri ospiti è sempre possibile scegliere una camera privata. Un altro luogo comune da sfatare è l’idea che gli ostelli per la gioventù siano frequentati solo da giovani, come il loro nome potrebbe far supporre. Nulla di più falso, non esiste alcun limite d’età per accedere ad un ostello.

Lej da Staz

Lej da Staz (Photo by L.Scacchi)

Per gli amanti della vita all’aria aperta c’è il Camping Olimpyaschanze, in una bella radura circondata dagli alberi. È di proprietà del Touring Club Svizzero e, inutile dirlo, offre servizi di alto livello. In molti campeggi italiani c’è una qualità analoga ma qui, sul versante dei costi, dormi sonni tranquilli. Sette pernottamenti per due persone e una piazzola per il camper con allaccio alla rete elettrica mi sono costati  l’equivalente di 200 Euro, compresi il diritto di prenotazione e le tasse di soggiorno. Il centro di St. Moritz è raggiungibile a piedi in mezz’ora, con un comodo sentiero che attraversa il bosco e sbuca sul lago dove si specchia la città. Se andate a sinistra in breve tempo entrate nell’abitato, ma io non ve lo consiglio. Non adesso. Meglio approfittare della luce pomeridiana: il sole che si abbassa sull’orizzonte disegna ombre nette nell’aria tersa, tutto appare straordinariamente limpido. È l’ora giusta per ammirare la città dall’altra sponda del lago. Una pista pedonale ne compie l’intero anello e, lungo il suo percorso, incrocio molti che fanno jogging. Non ho alcuna intenzione di imitarli, preferisco sedermi qui e là sulle panchine in legno di fronte al lago. Camminare, sostare, guardarsi intorno. Senza fretta. Ad un certo punto una palina indica una deviazione, un sentiero che risale il prato e più in alto scompare nel bosco. Il cartello dice: Lej da Staz, 20 miniuti. Non voglio spendere troppi aggettivi nel descrivere questo piccolo lago, dirò solo che è favoloso o, se preferite, fiabesco. Un vero peccato rinunciare a vederlo, un’autentica occasione mancata.

Pass Suvretta, 2615 m

Pass Suvretta, 2615 m (Photo by L.Scacchi)

L’Alta Engadina è solcata da una rete di sentieri ben tracciati, pronti a soddisfare qualsiasi ambizione. Se amate camminare questo è il posto giusto. Un giorno si può andare a Pontresina o a Silvaplana, percorrendo il fondovalle attraverso fitti boschi di conifere senza mai vedere un’automobile. Oppure, in un giorno fulgido di sole, è bello portare il proprio corpo dove, secondo le parole di Lionel Terray, “la terra tocca il cielo”. Uno di questi luoghi è il Piz Nair, la montagna che domina St. Moritz dall’alto dei suoi 3056 metri. Partendo di buon mattino dal campeggio è meglio non pensare ai 1300 metri di dislivello che ti separano dalla vetta. Molti si chiederanno: perché dovrei camminare in salita per quattro ore se c’è una comoda funivia che ti porta senza fatica vicino alla cima? Siete liberi di farlo, ma non è la stessa cosa. Arrivare lassù, vicino alle nuvole, con le tue sole forze è un atto che rende felici. A cominciare dalla gioia che ti pervade quando cammini col passo giusto: lento e cadenzato, sempre allo stesso ritmo. Capisci subito che stai davvero bene, senti che puoi arrivare ovunque. Il sentiero risale la valle Suvretta da S. Murezzan con lunghi tratti rettilinei, poi affronta a svolte l’ultimo pendio che conduce al Pass Suvretta, 2615 metri. Sulla spianata del colle le montagne circostanti si riflettono nelle acque limpide di un laghetto. I ghiacciai della catena del Piz Bernina brillano sullo sfondo di una luce accecante contro il cielo blu cobalto. Da qui inizia la salita vera e propria alla vetta. Il sentiero si fa ripido, non concede pause. Se alzi lo sguardo verso la meta ti afferra lo sconforto, perché la vedi sempre lontana. Meglio guardare per terra, concentrarsi sui propri piedi che, un passo dopo l’altro, ti portano in alto. Sulla vetta del Piz Nair il panorama è indescrivibile. L’intero gruppo del Bernina giganteggia sull’orizzonte, in basso il lago di St. Moritz è un occhio azzurro rivolto al cielo.

St. Moritz dalla vetta del Piz Nair, 3056 m

St. Moritz dalla vetta del Piz Nair, 3056 m (Photo by L.Scacchi)

Una volta scesi a valle bisogna festeggiare. Una salita in montagna è come un lavoro ben fatto, merita un premio. All’ebbrezza dei grandi spazi devono seguire le gioie del palato: un luogo idoneo a soddisfarle, ricco di allettanti proposte gastronomiche, è il supermercato Coop di St. Moritz Bad (Via Dal Bagn 20). La scelta cade su una specialità della locale arte bianca, la Turta da Nuschs engiadinaisa (torta di noci engadinese, in lingua romancia). È una deliziosa crostata in pasta frolla ripiena di un composto a base di zucchero caramellato e noci triturate. Alla pasta frolla, resa friabile da una generosa dose di burro, si contrappone il denso ripieno dorato in cui le noci scrocchiano sotto i denti liberando un gusto composito ed appagante. Dopo avere gioito degli spazi senza fine, questa è un’altra emozione intensa.

Pane e acqua a St. Moritz

mercoledì 20 agosto 2008

Per entrare in Alta Engadina dall’Italia bisogna affrontare i tornanti della strada che, da Chiavenna, conduce ai 1815 m del Maloja Pass. Dopo aver superato il colle, si capisce subito il perché dell’aggettivo anteposto al nome della valle: la strada non ha alcuna intenzione di scendere verso il basso. Senza mai perdere quota costeggia tre splendidi laghi e, giunta in vista di un quarto specchio d’acqua, la SS 27 risale un po’ prima di arrivare a St. Moritz, 1856 m.

Passeggiando lungo le sue vie, non ho potuto fare altro che concordare con una definizione della città che avevo letto non so dove: St. Moritz è una metropoli d’alta quota. Le vetrine dei negozi espongono alcune delle merci più pregiate e costose al mondo, in assoluta abbondanza. Sono entrato in un negozio di abbigliamento dark dalle dimensioni ciclopiche, non meno di 300 m² pieni di oggetti folli e incredibili. Un teschio interamente tempestato di strass, croci celtiche in platino e t-shirts rigorosamente nere con intricati disegni in filo d’argento. Di una cosa ero certo: gli acquirenti di questi abiti spendono cifre da capogiro per esibirli solo in occasione di un party. Poi cadono nell’oblio di un armadio, sepolti nel fruscio delle sete. Quando esco in strada, gli occhi si levano ad ammirare i bei palazzi in stile Liberty, Belle Epoque e Razionalista. In uno di questi ultimi ha sede una galleria d’arte. Qui lo spazio non è grande, sui muri campeggiano una ventina di dipinti. Faccio il giro della sala e mi accorgo con stupore che si tratta di veri e propri pezzi da museo: Andy Warhol, Jackson Pollock, Frank Stella, Roy Lichtenstein, Pierre Bonnard, solo per citare quelli che mi vengono in mente. Il meglio dell’arte moderna e contemporanea. Mi astengo dal chiedere i prezzi.

St. Moritz

St. Moritz

Fuori, nel sole, le sottostanti acque del lago brillano colpite dai raggi. Le fitte foreste di conifere rivestono di un verde cupo i fianchi delle montagne. Sopra la fascia arborea c’è solo la nuda roccia, i picchi che puntano al cielo. Questa gente è intelligente, ha rispetto per la propria terra. Hanno costruito una metropoli quassù, a quasi duemila metri d’altitudine, ma come esci fuori dall’abitato sei immerso nella wilderness, la natura selvaggia. Per oggi decido di restare in città, vado a visitare il Museo Segantini, la collezione più vasta ed importante al mondo dei dipinti di Giovanni Segantini. L’artista italiano, considerato uno dei massimi rappresentanti del Simbolismo, visse gli ultimi anni della sua vita a Maloja e morì nel 1899 sul monte Schafberg, vicino a St. Moritz. Sosto a lungo nella sala al piano superiore del museo, di fronte al grande trittico dedicato alle Alpi, la Vita, la Natura e la Morte.

Giovanni Segantini - Costume Grigionese, 1887

Giovanni Segantini - Costume Grigionese, 1887

Si è fatta l’ora di pranzo e non intendo certo spendere una fortuna in un ristorante. In Piazza da Scuola c’è il supermercato Coop di St. Moritz Dorf, la città alta. Un altro Coop esiste a St.Moritz Bad, la parte residenziale della città di fronte al lago. Nulla a che vedere con l’omonima catena italiana, le uniche somiglianze sono il nome e il logo. Quando, al momento di pagare, mostro la mia tessera di socio coop la cassiera sorride educatamente e dice che qui non è valida. All’interno, lo scaffale del pane è una piacevole sorpresa. L’offerta è ampia e allettante. Le forme di pane, tutte fresche di giornata, sono presentate dentro sacchetti in carta dotati di una finestra anteriore trasparente. Sul retro e ai lati del sacchetto trovi una moltitudine d’informazioni sul prodotto, in quantità tale da soddisfare anche il consumatorre più esigente. Nelle tre lingue principali della Svizzera, tedesco, francese e italiano si viene informati non solo sul tipo di pane e sugli ingredienti, ma anche sulla provenienza geografica delle farine impiegate. Non manca, ovviamente, una tabella completa dei valori nutritivi e, dato meno scontato, una nota informativa sui contenuti che potrebbero essere causa di allergie (glutine, sesamo, ecc.). Nei giorni trascorsi a St. Moritz ho assaggiato tre diversi tipi di pane, tutti eccellenti. Il Pane ticinese scuro è prodotto con farine biologiche di frumento e segale, con aggiunta di semi di sesamo, girasole e lino. La forma è oblunga, con una curiosa fenditura nel centro che lascia vedere la bruna mollica. Il gusto è deciso e appagante, mentre lo mangi capisci quanto ti nutre. Il Pane bigio sangallese è una forma rotonda di mezzo chilo, appoggiato sul palmo della mano ne senti la compattezza e il peso. Prodotto con farina di frumento bigia, termine che credo designi una farina semintegrale, ha un gusto meno pronunciato del precedente. La Pagnotta, in tedesco Laib, è fatta con farina di frumento biologica e pasta acida. A differenza degli altri due, qui viene usato il sale marino. Crosta friabile, mollica compatta e leggermente umida, gusto sapido. Non c’è niente di meglio che l’acqua per accompagnare un buon pane, a patto che sia pura acqua di sorgente. In abbinamento a pani svizzeri è meglio scegliere un’acqua elvetica, così non fanno a pugni tra loro. La Rhäzünser è un’acqua che sgorga dalle montagne dei Grigioni e, in fase d’imbottigliamento, viene addizionata di anidride carbonica. È buona, senza mezzi termini. L’effervescenza è medio alta, ma non quanto la francese Perrier.